A proposito di adolescenti e di “rispetto delle regole”

Di Elena Speciani

Quando si propone un regime alimentare sano ad un adolescente, sia esso in sovrappeso o sottopeso, le risposte che riceviamo – sia come genitori che come medici – sono spesso spiazzanti. “Quella pasta che sa di cartone mangiatela tu!” piuttosto che “Cosa? Devo rinunciare ad andare al fast food con gli amici? Neanche morto!”. Ecco una guida, non ad uso e consumo del dietologo, scritta da Elena Speciani, che può essere illuminante per capire il perché di alcune reazioni e, forse, qualche via originale per affrontarle.

I GIOVANI IDIOTI DEL POST-DUEMILA
Storia della vergine, del drago e di strane pagelle
Sono reduce da un consiglio di classe di fine anno in una classe di sedicenni. Liceo né fighetto né barabba, insegnanti (stranamente) seri e attenti, genitori (stranamente) tanti, vicini ai figli, persone equilibrate.
Gli insegnanti: Non siamo contenti.
I genitori: Non capiscono? Non studiano?
Gli insegnanti: Sssììì… comprendicchiano, studicchiano… Ma non si informano, non fanno collegamenti, non sono creativi.. Non sanno niente.
Un insegnante: Vengono da me, mi chiedono un supplemento di spiegazione. Spiego, son convinti, tornano verso il banco. Dopo tre passi tornano indietro: “Com’è che era?”. Non gli si registra il file.
Sintesi dei professori (a voce alta): E’ l’appiattimento culturale che hanno intorno, in famiglia, in TV. Niente informazioni serie, niente stimoli di pensiero, solo stupidate. Come facciamo a tirar su persone preparate, formate, in queste condizioni?
Sintesi dei genitori (pensata a volume altissimo): Stupidate vada a dirlo a sua nonna. A casa nostra NOI leggiamo, viaggiamo, discutiamo, andiamo a teatro – peccato che a nostro figlio non gliene può fregar di meno. Questi insegnanti non riescono più a trasmettere niente, né ideali, né carisma, né metodo di lavoro. Ai miei tempi….
Al di là dei tormenti e delle estati specifiche dell’adolescenza – il momento in cui il cucciolo d’uomo si ritrova di colpo più alto (o no) di venti centimetri, con le tette o senza, con i brufoli o senza, col motorino o senza, ma con lo stesso cervello che aveva solo un anno prima – il compito istituzionale dei giovani è sempre stato quello di fare incazzare i genitori, ribaltando e/o attaccando o comunque mettendo in crisi i valori dominanti della generazione precedente.
Adesso, sembra che stia succedendo qualcosa di strano. Dicono genitori e insegnanti, in coro: NOI andavamo ad attaccare i manifesti (o i celerini), andavamo in India a cercare saggezza, aprivamo una comune, facevamo volontariato cattolico o militante, eccetera eccetera. Magari sbagliavamo, magari le cose giuste erano altre.
Ma questi qui non fanno NIENTE!
E’ ora di sfatare qualche mito.
1) La piattezza familiare. Per quanto pervasiva e martellante sia l’offensiva anti-pensiero condotta dai mezzi di comunicazione di massa, le famiglie italiane di oggi sono tutto men che retrive. Non per meriti ideali o filosofici, ma perché sono costrette a fare i conti con un costume quotidianamente eversivo, e ormai totalmente radicato.
Madri in odore di santità invitano al pranzo di Natale il decimo amante della figlia, nonni fuggono con la badante brasiliana. I deliri d’onnipotenza dei giovani rampanti sono franati con le dot.com, i saggi padri hanno perso fortune coi bond. La generazione di mezzo ha visto matrimoni scoppiati (i propri), figli e figlie sposate a gay, lesbiche, islamici, neri, rapper australiani e Medici Senza Frontiere, e deve fare i conti (figlio per figlio) con nipotini cognati e suoceri di due o tre matrimoni diversi.
Insomma l’esistente attuale è tanto dirompente (e dirotto) che neppure una vecchiolina molto ritirata e pia, nel più remoto angolino di montagna, può far finta di ignorarlo.
Questo per dire che, anche senza volere, di problemi grossi in famiglia se ne parla per forza. (Cosa fanno i ragazzi quando se ne parla? Giocano alla PlayStation).
2) I valori dominanti. La generazione attualmente in carica va fiera dei vecchi valori che ha abbattuto. Chi ha fatto il ’68, o almeno il ’77? Chi ha smascherato l’autorità patriarcale e il valore sacrale della famiglia? Chi ha inventato la pillola e legalizzato l’aborto, aprendo le cateratte del sesso senza frontiere? Non è questa la prima generazione in cui si dà per scontato che le donne guidino, facciano il soldato e siano più brave dei maschi all’università? Che altro c’è da abbattere, per tutti i santi?
Certo rimane, consapevole o no, la fede nei soldi, nel successo e nei modi per raggiungerlo comunque. La fede nella logica e nella scienza, nella cultura e nel darsi da fare. La convinzione che un giovane DEBBA avere dei valori, magari sbagliati, qualcosa per svegliarsi la mattina e tenersi occupato intanto che cresce.
E i giovani in che cosa credono? Ne parliamo dopo.
3) Gli sfaticati. I quindici-ventenni di oggi sono davvero mostruosamente pigri, vergognosamente demotivati, disgustosamente fuor dal mondo. Non sanno che Hitler era nazista. Hanno il compito in classe di latino (la “verifica”, si dice adesso) e dimenticano il vocabolario. Gli dici di portar giù la pattumiera e riescono a traccheggiare per tre giorni, né conoscono l’uso dell’armadio o del sacco per la biancheria sporca.
Tuttavia questi stessi individui conoscono a memoria liste infinite di strani oggetti elettronici, tengono i CD in ordine da scienziati, sono disposti a girare dieci negozi per trovare un manga d’annata o un componente misterioso, saltano le notti per ballare o disegnare sui muri. E nel caos della loro stanza trovano a colpo sicuro l’appunto più svagato e svolazzante. Conosco un diciottenne pigrissimo, che mai ricorda dove ha messo le chiavi, ma che per anni ha studiato seriamente il giapponese, su Internet.
Se ne deduce che i nostri ragazzini non sono né costituzionalmente pigri, né mentalmente incapacitati. Ovviamente c’è in gioco qualcos’altro, e avendone osservato qualcuno da vicino, propongo una lettura differente.
I nostri adolescenti non sono isolati dalla realtà da uno strato di veline, droghe e Grandi Fratelli: se ne difendono attivamente, con modalità precise e positive. Con tutte le loro forze i ragazzi si schermano dal reale come glielo raccontiamo noi, nei nostri giornali venduti, nei nostri catechismi – come diceva quello – lunari, nelle nostre trombonate sulla Patria, la Giustizia, il Capitale, il Diritto Internazionale, la Santità della Vita, eccetera.
E allora perché c’è ancora in giro qualche bravo ragazzo? Quelli che studiano diligenti, che prendono i bei voti, che fanno la consolazione dei genitori e dei nonni?
Togliamo subito di mezzo due fasce marginali. Una, i ragazzi che per ragioni private e/o sociologiche hanno deciso di buttarsi ai cani: droghe dure, scherzi assassini, giochi suicidi, al diavolo tutto. Questi sono i “perduti”. L’altra fascia sono appunto i bravi ragazzi, quelli ancora tanto legati alla mamma, insomma tanto ossessivi-compulsivi che se prendono un cinque si buttano dal Duomo. Hanno tutta la nostra comprensione, e potranno migliorare dopo una buona analisi, ma in questa fase non hanno niente di interessante da dirci.
Tanto, tolti dal mucchio gli uni e gli altri, resta ancora il 90% abbondante di ragazzi standard. Quelli che vanno a scuola (potrebbe, signora, ma non si applica), vanno in discoteca, fumano erba (stai scherzando? Illegale fumare l’erba?), guardano Sanremo, sciamano senza meta, passano un’ora a pettinarsi e un secolo su Internet, e per il resto fanno finta di essere adolescenti normali.
Torniamo al punto chiave. Abbiamo una generazione di quindici-ventenni che, forse per la prima volta nella storia, non ha tabù tecnici, ideologici o morali da abbattere. Questi ragazzi hanno una casa e un po’ di soldi, e in più il totale appoggio dei genitori. (Non vorrai colpevolizzarla perché ha già cambiato scuola tre volte? Deve pur fare le sue esperienze). Possono partire per la Legione Straniera, fare l’apprendistato sessuale sul divano di casa, vestirsi e pettinarsi e tingersi i capelli e farsi piercing dappertutto senza far alzare un sopracciglio. (E’ diventato molto ma molto difficile scandalizzare qualcuno, per un quindicenne).
Ora, un ragazzo o una ragazza che non ha più cristalli (visibili) da rompere nel salotto dei genitori, ma che è fermamente risoluto a non entrare nel gioco, cosa fa?
Niente. O meglio, si dedica con perfetto attivismo a cose che per il mondo “reale” sono completamente prive di senso. Come le notti rave (forse la principale esperienza mistica dei ragazzi di adesso). Come il Grande Fratello, che va bene proprio perché non è niente. Come il sesso d’assaggio, che non ha la minima intenzione di diventare una prospettiva di vita. Come i concertoni, centomila ad agitare le braccia, anche se magari chissenefrega. Come Internet, il luogo della frantumazione totale, dove si può vagare per anni senza arrivare da nessuna parte, grazie a Dio.
Ora possiamo legittimamente chiederci, perché delle persone così vanno a scuola, almeno con quel minimo di impegno che serve a tenere in piedi la struttura dell’educazione superiore? Finché uno ha quindici anni deve andare a scuola per legge, ma dopo, chi può costringere un renitente?
Fino a una generazione fa si andava a scuola per reale interesse (un caso su mille) ma in genere per maturare, conoscere i futuri mariti e mogli, laurearsi, arrivare a posti di prestigio, forse anche perché a nessuno veniva in mente di poter far diverso.
Adesso, che prospettiva? Se l’obiettivo è guadagnarsi da vivere, chi sa quali competenze serviranno tra cinque-dieci anni? E se un ragazzo avesse una profonda vocazione per la coltivazione delle petunie, o per una oscura forma di lotta orientale, chi si sentirebbe di contrastarlo davvero?
Io penso che i ragazzi vadano volentieri a scuola per due ragioni. Una è che lì stanno bene. Si conoscono, si assaggiano, litigano, fraternizzano, misurano le proprie forze e bellezze e look, formano nuclei, si ritrovano regolarmente.
L’altra ragione è che, alla radice, anche questa scuola è niente. Gli insegna l’ipallage e la paratassi, ma tanto non sanno leggere un articolo di giornale. Gli insegna Shakespeare, ma tanto loro imparano l’inglese dai rapper e da MTV. Gli insegna le geometrie non euclidee, ma tanto sbagliano a prendere il resto quando vanno a prendere il pane.
Probabilmente queste cose li divertono, come noi ci divertiamo a leggere le briciole di sapienza della Settimana Enigmistica tra un cruciverba e l’altro (che loro non sanno risolvere, comunque). Così si fanno perfino interrogare, attentissimi a studiare sì, quel tanto, ma a non lasciarsi lo spazio sufficiente perché le cose arrivino davvero alla coscienza, e lì mettano radici e frutti.
E Internet? Qui si che le cose cambiano.
La dimensione digitale è l’unica e vera “altra dimensione” del nostro tempo, lo spazio parallelo che si è aperto nel nostro vecchio mondo; e da quando è nato, è il dominio e la terra degli adolescenti.
Noi grandi lo usiamo con fatica e rispetto; loro ci sguazzano, totalmente rilassati, totalmente a casa propria. Noi seguiamo le procedure, guardiamo i manuali e telefoniamo al servizio assistenza. Loro no. Ho assistito una volta al caso di un computer bloccato. Tre adulti navigati hanno provato e riprovato la sequenza di soccorso, e niente. E’ passato un sedicenne, ha sfiorato una cosa, e l’attrezzo è ripartito. Tre adulti snervati hanno gridato: “Dicci cos’hai fatto!” La risposta, gentile e un po’ smarrita, era ovvia: “Non lo so”. E’ un’altra cosa, forse un istinto, o un mistero.
Potremmo definire Internet con antichi nome, come Utopia, il non-luogo, la terra dove c’è tutto, ma che non si può censire su una carta. O Atlantide, la terra dei sapienti, con le sue pareti di cristallo come i monitor.
Ma forse il nome più giusto è l’Isola-che-non-c’è, quella dove Peter Pan portava i bambini che non volevano crescere. Qui come là c’è tutto, stagni fioriti e galeoni di pirati, malvagità e meraviglie, e nessuno che ti mandi a scuola.
Ci si lamenta autorevolmente del fatto che Internet sia oggi nel medioevo: barriere, balzelli, ponti levatoi, briganti, peste nera. Questo è esattamente il motivo per cui i ragazzi ci stanno bene: qui non ci sono leggi, esattamente come nella foresta di Sherwood. Come nel giardino dell’Eden, qui c’è di tutto, e chi è capace se lo prende. Musica, film, software, donne lascive, tesi di laurea. Se uno non è capace lo chiede a un amico. Non c’è gelosia su Internet, tanto ce n’è per tutti. Alla vigilia della sua prima cerimonia, un adolescente che aveva il padre fuori portata ha cercato e trovato su Internet dettagliate istruzioni per farsi il nodo della cravatta. Bussare alla porta del vicino, non gli è neppure passato per la testa.
Dobbiamo dedurne che per i ragazzi di adesso Internet sia un valore? Niente affatto. E’ come l’aria che respiriamo: se non c’è muoio, ma anche se c’è, che farò della mia vita oggi pomeriggio o fra cinque anni? In che mondo vivo? Che punti di riferimento ho, alla fin fine?
E’ un po’ sconvolgente pensare che tutti i cambiamenti epocali del nostro tempo sono avvenuti nell’arco ancora brevissimo della loro vita. Quando erano all’asilo è crollato il muro di Berlino, azzerando quarant’anni di timori atomici e la solida polarizzazione buoni/cattivi. L’AIDS ha bacato la mela del sesso libero e felice. Noi abbiamo pianto per il primo uomo sulla Luna, loro, tra una navetta e l’altra, si sono disinteressati. E’ finita la storia (dicevano) e bang, sono saltate le Torri, con tutto quel che ne è seguito. La “tigre cinese”, incubo di Mafalda, è diventata un sorridente capitalista. Le grandi multinazionali non sono ancora finite in galere, ma la speranza c’è. Nessuno ha ancora capito da che parte tira o tirerà il vento nei prossimi mesi o anni. Qual è il padre, o la madre, che oggi ha il coraggio di dire: “Figlio mio, ora ti spiego come funziona il mondo”?
Certo, ci sono ancora valori in giro. Anzi, non ce n’è mai stati così tanti. Sono sparsi in giro come rovine dopo un bombardamento, tempietti, simboli, icone. C’è spazio per tutti, dal papa alle associazioni di protezione del pedofilo, ma quelli che ci credono fino in fondo – gli integralisti di qualsiasi credo – sono considerati un po’ debolini di cervello e/o criminali, in potenza o ahimè in atto. Se però parliamo di una impalcatura ideale che possiamo guardare in faccia per dire: “Ecco, qui mi riconosco, questo sono io, questa è la mia civiltà” c’è rimasto poco più che il codice della strada, l’euro/dollaro/ecc, lo pseudo-inglese e il PC.
D’altra parte, che opinione può avere un sedicenne di un mondo dove i serial killer vanno a Domenica In, un’allegra ragazzina incinta tortura i prigionieri, e un ex-figlio-dei-fiori-ora-neonazi, sessantenne, grigio, borchiato e panzuto, va ai motoraduni con un casco decorato da orecchiette di coniglio?
C’è da chiedersi, a questo punto, come si regola un quindici-ventenne che deve pur sopravvivere, nel mondo che si è trovato addosso. Possiamo paragonarlo a uno che viaggi in un paese straniero (ad esempio il suo) senza una carta stradale. Si può dirgli: “Imbranato, eccoti la carta!” ma ovviamente lui non si fida e fa bene, perché ormai sappiamo che esistono fior di carte ufficiali (come alcune della vecchia URSS, ad esempio) abilmente alterate per proteggere obiettivi strategici.
Non si può dire che seguirà dei criteri, ma qualche comportamento-tipo ce l’ha.
1) Chiedi al primo che ha la faccia giusta, e segui il suo parere come vangelo. (Molti genitori di adolescenti scoprono – anni dopo – che i figli hanno scelto una scuola o una strada sbagliata, o magari giusta, perché gliel’aveva suggerita il compagno di tennis. Perché sei partito per il Madagascar? Perché ci andava Lele. Perché lui sì e gli affettuosi saggi di famiglia no? Perché lui è della sua tribù. Una volta si diffidava di chi aveva più di trent’anni, ma adesso uno di venti può essere già fuori fascia.
2) Segui i flussi. Come chi deve beccare lo svincolo dell’autostrada, o trovare una buona pizzeria, la cosa migliore è andare dove c’è il gruppone. Per non saper né leggere né scrivere (ciò che spesso è letteralmente vero) scegli la pizzeria, il concerto e il sito dove c’è la cosa fuori, invece di quella vicina che è vuota. Una ragione ci sarà.
3) Non farti riconoscere. (Understatement in inglese, in milanese “star schiscio”). Véstiti – mimetizzati – all’uso del paese, e usa ossessivamente le 40-50 parole che senti più spesso intorno a te. Oggi un/una adolescente può metter su TUTTO quello che vuole, eppure in qualsiasi gruppo i ragazzi sono TUTTI vestiti uguali. Ognuno con un piccolo tocco personale, però, per dire che ha capito, sì, e si adegua, sì, ma anche lui ha una individualità, che diamine.
4) Guarda le vetrine, per vedere cos’è che tira. Il concerto così, i tatuaggi cosà, i paesi, la gente, tutta una lista. Qui la super-vetrina è Internet: per dire che i vecchi avevano dei limiti logistici (o qui o lì) mentre questa generazione ha, letteralmente, il mondo e le sue meraviglie (e le sue schifezze) a portata di telefonino o di mouse.
5) Vivi un giorno alla volta. (Ad esempio, mai studiare per l’interrogazione della settimana prossima). Non è affatto chiaro cosa ti potrebbe portare il domani, ma è altissima la probabilità che non ti riservi niente di buono. Se poi ci pensi sul serio (esami, futuro, lavoro – si fa per dire – famiglia, che altro?) meglio fare un po’ di zapping. Ai nostri tempi c’era l’allegra goliardia – ma dopo c’era il mondo adulto, e sapevamo com’era, e in fondo non aspettavamo altro. Ma qui cavalchi la cresta, senza rete. E dopo ci sono gli scogli, quelli visibili e quelli no.
Siamo arrivati al punto cruciale, e lo riassumiamo.
Abbiamo un mondo in frantumi, percorso da larve di strutture ormai marce, e abbiamo una generazione che per la prima volta ha deciso di tagliarsene fuori – e di non averci niente a che fare, al punto di non buttare neppure le calzette sporche nel cesto.
Insomma, la vecchia storia della vergine e del drago.
Ma perché una vergine? Non è meglio, più efficace, una persona più scafata?
Vergine non significa deficiente. Vergine (o almeno giovinetto imberbe) era Davide quando abbattè Golia, fregandosene altamente delle regole degli scontri e della disparità di forze. Vergine è un/una che non c’entra niente, che ha fatto una scelta di castità – di duramente preservata innocenza – rispetto a tutto quello che c’è intorno.
(Per inciso: il termine “idioti” è stato usato nel titolo nel senso che aveva ai tempi di Socrate, per indicare chi si teneva da parte, chi non prendeva parte alle decisioni collettive. Nell’antica città greca questo era il peccato capitale. Oggi, come forse è chiaro, io impiego questo termine in senso positivo).
Così, quando i genitori e gli insegnanti dicono: “Ma santiddio, hanno solo da studiare! E’ l’unico lavoro che hanno!” si sbagliano grandemente.
Il loro lavoro vero è un altro: trovare un senso a se stessi e al mondo che gli è toccato. Devono farlo per se stessi (per non suicidarsi in massa, come pure si suicidano a spizzichi) ma anche senza volerlo lo fanno per noi.
Sono i nostri campioni, che scendono in lizza contro la Morte Nera – giovani, impreparati, un po’ balordi – e chi vince si prende tutto, il presente dei nostri figli, il futuro del nostro mondo. E noi, che ne abbiamo passate tante e sappiamo tante cose, possiamo solo stare sugli spalti a soffrire e a incrociare le dita. Anzi, ci è stato fatto capire molto chiaramente che meno ci impicciamo meglio è. Non abbiamo più le armi giuste, né la giusta strategia. Non sappiamo neanche più chi è il nemico.
C’è qualcosa – qualsiasi cosa – che possiamo fare per aiutarli?
Io non lo so. I criteri minimali che ho elaborato nel corso di una vita vanno bene per me, forse non per loro, e ho gran paura che la mia vecchia saggezza non serva a niente in un’arena nuova. Se qualcuno ha una risposta, per favore condivida. Potrebbe servire, almeno a noi.

2018-06-28T09:46:11+00:00