di Luca Speciani

Medicina difensiva

In questo periodo è in atto il classico colpo di coda influenzale, con raffreddori, bronchiti ma anche complicanze gastroenteriche. Gravità e durata dei sintomi sembrano essere quest’anno particolarmente fastidiosi, tanto che sono pochi i casi in cui si riesce ad evitare l’uso di antibiotici. Ma è poi sempre necessario trattare con antibiotici un’influenza con qualche complicanza o che duri più a lungo del previsto? O in questa malaugurata abitudine, che genera costantemente microbi resistenti, c’è lo zampino della cosiddetta “medicina difensiva” (quella per cui si dà un farmaco senza che ve ne sia stretta necessità per tutelarsi a livello legale)? Vedremo che la risposta è più articolata di quanto possa sembrare, ma che la prima regola che un medico dovrebbe rispettare in questi casi (in un individuo sano e immunocompetente) è il rispetto delle risposte curative naturali dell’organismo.

Tutti schiavi

Il Medico di Segnale è abituato a rispettare la febbre, la diarrea, il catarro e tutti i sintomi di eliminazione che aiutano l’organismo a liberarsi da tossine, germi e virus, e il momento di “scarico” influenzale deve essere visto come un potente momento di pulizia interna, che sarà tanto più forte quanto più prolungati saranno stati i sovraccarichi e gli errori precedenti. Se questo è vero (e la medicina di segnale non è certo la prima scuola medica a dirlo) ecco che l’aggressività con cui spesso influenze e raffreddamenti vengono trattati perde un po’ di significato. Peraltro tale aggressività porta raramente a risultati apprezzabili, tanto che il raffreddore è spesso usato come esempio paradigmatico di impotenza della medicina, quando si dice che  con il raffreddore passa in una settimana se non si fa nulla, ma in soli sette giorni con i farmaci. Aveva forse ragione Oscar Wilde quando diceva che “la natura guarisce e il medico presenta il conto”, ma ancora più nel giusto era Ippocrate quando distingueva due medicine: quella degli schiavi, che dovevano essere in poco tempo rimessi in grado di dare servizio al loro padrone, e quella degli uomini liberi, che potevano invece essere curati con lentezza e rimuovendo le cause di malattia in modo stabile e duraturo. Quando aggrediamo le malattie invernali con farmaci soppressivi non stiamo diventando un po’ tutti schiavi? È una riflessione che merita più di un’alzata di sopracciglio.

Aiutare le risposte naturali

Tra i cardini della medicina di segnale (che cura uomini liberi) vi è quello di rispettare (e magari aiutare) le risposte difensive naturali dell’organismo. La febbre (ma anche le espettorazioni, la tosse, il muco, la diarrea, il vomito, l’inappetenza) sono, come abbiamo detto, strumenti potenti di difesa dell’organismo e – seppur con l’attenzione individuale a casi particolari – non dovrebbero essere ostacolati, pena un innaturale perdurare dei sintomi (come peraltro ampiamente indicato in letteratura). Usare paracetamolo, analgesici, anti diarroici, impedisce al corpo di eliminare virus e batteri, e prolunga, aggrava, manda in profondità la malattia. Ricordo anche che l’uso di antibiotici non giustificato è inutile e dannoso (per i microbi intestinali) e non ha alcun effetto – se non ulteriormente squilibrante – su queste patologie virali. Per uscirne in tempi brevi serve riposo, dieta leggera (con molta frutta e verdura fresca), bere molta acqua e, come aiuto, oli essenziali (tea tree), fitoterapici, vitamina C, oligoelementi (rame, zinco, manganese, selenio). Un individuo altrimenti sano non deve temere una febbre di un paio di giorni anche a 40 gradi. Lasciamo che la natura faccia il proprio corso e aiutiamo l’organismo a difendersi e a produrre anticorpi in modo naturale. Questa è l’unica difesa che può rafforzarci, farci guarire davvero e prevenire eventuali ricadute.

Resistenza agli antibiotici

La febbre in particolare viene spesso considerata una patologia a sé stante, mentre è in realtà solo il tentativo più efficace di eliminazione di virus, batteri, protozoi, lieviti che in quel momento stanno alterando il nostro equilibrio. Per due milioni di anni la febbre è stato in nostro “antibiotico” naturale. Che ci stordiva un po’, senza dubbio, ma che ci consentiva di fare pulizia su infezioni di ogni genere. L’arrivo degli antibiotici – veri farmaci salvavita – ci ha permesso poi di salvare molte persone (anche da ferite di guerra, cancrene) che in passato venivano falcidiate se non sufficientemente forti da un punto di vista immunitario. Ma l’antibiotico (che, ricordiamolo ai distratti, colpisce solo batteri e non virus, protozoi, lieviti, e quindi nulla può contro influenze e raffreddori) deve essere considerato un rimedio estremo per due motivi: il primo è (come più volte segnalato dall’AIFA) che il 90% delle malattie invernali delle vie aeree superiori, ed ogni tipo di raffreddore ed influenza, sono malattie virali, verso le quali l’antibiotico è completamente inutile. Il secondo è che l’abuso di antibiotici crea ceppi di batteri resistenti, che poi non è più in grado di debellare nessuno. Anche su questo tema l’AIFA sta sensibilizzando i medici, ricordando che è da 25 anni che non viene scoperto alcun nuovo antibiotico e che quest’arma oggi, proprio a causa di chi continua ad abusarne, potrebbe essere diventata un’arma spuntata per chi ne avesse veramente bisogno. O credete forse che quando si sente al telegiornale di “5 morti all’ospedale di Brescia (piuttosto che di Aosta) nello stesso reparto” sia colpa di qualche untore no-vax o di qualche strano “batterio killer”? Si tratta di reparti di ospedali supermoderni in cui vengono utilizzati gli antibiotici più potenti esistenti. Ma persone innocenti muoiono. È il futuro che ci attende (negli USA il fenomeno è devastante) se continueremo a fare un uso sconsiderato di questi farmaci.

La febbre: una risposta naturale

La febbre, dunque, andrebbe lasciata lavorare (ovviamente sotto vigile controllo) per rimuovere la patologia nel tempo più breve possibile. Un individuo sostanzialmente sano (non parliamo qui di bimbi o di anziani defedati) non dovrà avere paura di un rialzo febbrile, privo di altri sintomi gravi, anche intorno ai 40 gradi. Un bravo medico sa leggere, dal quadro sintomatico generale e dalla conoscenza dello stato del paziente, quando può servire un intervento più forte e quando (nella maggior parte dei casi) è invece inutile.

Purtroppo molti pazienti, ahimé incoraggiati da tanti medici, hanno una ingiustificata tendenza ad abbassare in ogni caso la febbre, anche per valori contenuti, come 38 o poco più. Perché? Qual è questa impellente esigenza di tenere la febbre bassa? Necessità di andare al lavoro a tutti i costi? Si lavora anche con un po’ di febbre, se necessario. Ma molto più logico sembra riuscire ad accettare il fatto di aver bisogno ogni tanto di un giorno di riposo, di recupero. Chi debba pensare “non posso permettermelo” avrà fatto la propria scelta tra salute e malattia, e si troverà presto daccapo. La natura non prevede, purtroppo o per fortuna, nessuna scorciatoia. Compito del medico di segnale è anche fare capire ai troppi, condizionati dalle offensive e semplificanti pubblicità televisive, che la realtà biologica sta altrove.

No al paracetamolo facile

La scienza (purtroppo anche per quelli convinti che “quando ci vuole ci vuole”) parla molto chiaro in merito, e conferma appieno la visione della medicina di segnale. Un lavoro di DJ Earn ed altri del 2014 (Proc Biol Sci  – Population-level effects of suppressing fever) dimostra con chiarezza che l’utilizzo di antipiretici (la famosa tachipirina, o paracetamolo, che alcuni pensano essere poco più che acqua fresca), ostacolando il naturale processo di guarigione, prolunga il tempo di degenza e produce un maggior numero di complicanze (che poi talvolta richiedono l’uso di antibiotici), favorendo in ultima analisi la diffusione dell’influenza a livello di popolazione. Non sarebbe ora di affrontare questo problema con maggiore consapevolezza e con qualche base scientifica in più, anche se sgradita ai produttori di farmaci?

Uno degli esercizi che faccio spesso con i miei pazienti troppo propensi alla soppressione farmacologica è la lettura a voce alta del foglietto illustrativo. Tanti mi dicono: “ma pensi che il mio medico mi ha detto di non stare tanto a leggere se no mi passa la voglia di prenderlo!”. Appunto.

Dalla lettura del bugiardino di una confezione di tachipirina si legge:

  • Patologie del sistema emolinfopoietico
  • Trombocitopenia, leucopenia, anemia, agranulocitosi
  • Disturbi del sistema immunitario
  • Reazioni di ipersensibilità (orticaria, edema della laringe, angioedema, shock anafilattico)
  • Patologie del sistema nervoso
  • Vertigini
  • Patologie gastrointestinali
  • Reazione gastrointestinale
  • Patologie epatobiliari
  • Funzionalità epatica anormale, epatite
  • Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo
  • Eritema multiforme, Sindrome di Stevens Johnson, Necrolisi epidermica, eruzione cutanea
  • Patologie renali ed urinarie
  • Insufficienza renale acuta, nefrite interstiziale, ematuria, anuria
  • Sono stati segnalati casi molto rari di reazioni cutanee gravi
  • Sovradosaggio
  • Esiste il rischio di intossicazione, specialmente nei pazienti con malattie epatiche, in caso di alcolismo cronico, nei pazienti affetti da malnutrizione cronica, e nei pazienti che ricevano induttori enzimatici. In questi casi il sovradosaggio può essere fatale
  • In caso di sovradosaggio il paracetamolo può provocare citolisi epatica che può evolvere verso la necrosi massiva e irreversibile, con conseguente insufficienza epatocellulare, acidosi metabolica ed encefalopatia, che possono portare al coma e alla morte

Cambiare abitudini

Un medico responsabile legge insieme ai propri pazienti gli effetti collaterali di ogni farmaco prescritto, lasciando infine al paziente stesso – come da diritto costituzionalmente definito, anche se gravemente leso da leggi recenti – il diritto ultimo alla scelta di cura. Un medico intelligente deve sapere che (visto che l’azienda produttrice ha rimosso le proprie responsabilità per qualunque evento possa verificarsi tra quelli descritti nel bugiardino) in caso di danni ha lui solo piena responsabilità per la sua prescrizione. Forse sarebbe ora di incominciare a rivedere criticamente questo eccesso di facilità prescrittiva, in un’ottica di maggior tutela sia del paziente che del medico e, infine, della società stessa. Il nuovo paradigma medico oggi necessario è sotto gli occhi di tutti. Ora servono bravi medici, capaci di lavorare a tutela del paziente nella più totale indipendenza e scientificità di giudizio. È una marea che cresce. Aiutiamola con la nostra sempre maggiore conoscenza e consapevolezza.