Chi per la prima volta entra in contatto con le regole base della dieta GIFT di solito resta sorpreso da alcune libertà che essa sottintende, come l’abbondante colazione, la ricchezza in cibi proteici, la libertà di consumo di frutta e verdura fresca e il vincolo della normocaloricità, che significa non soffrire mai la fame né reprimere la propria naturale (e non alterata) istintività.

Qualcuno rimane poi altrettanto sorpreso dai rigidi vincoli relativi allo zucchero, agli edulcoranti e all’obbligo dell’integrale. Ma soprattutto dalla fondamentale importanza assegnata al movimento fisico regolare e costante come potente mezzo di trasformazione del segnale ipotalamico di accumulo o di consumo.

La fiducia iniziale, in un quadro così controcorrente, spesso viene concessa solo in relazione alle solide basi scientifiche di riferimento che hanno guidato le nostre scelte.

Dopo una prima fase di adattamento (non è un caso se la prima lettera dell’acronimo GIFT è la G di gradualità) di solito i pazienti incominciano a sentirsi meglio.

Scoprono che lo zucchero toglie energia e nutrienti invece di apportarne. Scoprono che la colazione ricca del mattino trasforma la giornata, apportando energia e buonumore fin dalle prime ore. Scoprono che mangiare frutta tra un pasto e l’altro fa solo bene. E infine scoprono che il movimento fisico (in una delle mille possibili varietà, dallo squash all’equitazione, dalla cyclette alla corsa nei campi) non è solo un favoloso strumento per dimagrire attraverso lo stimolo alla secrezione di adiponectina, ma anche un piacevole arricchimento della giornata, che – senza – non è più la stessa.

Tutto questo non passa inosservato. Chi ha provato sulla sua pelle il senso di tutti questi positivi cambiamenti non può non averne un riflesso sui comportamenti quotidiani e sulle scelte sanitarie, alimentari, sportive.

Nasce così spesso l’esigenza di integrare le abitudini acquisite in un sistema-vita rinnovato, in cui a cambiare non è solo l’approccio alla dieta ma anche l’approccio stesso alla vita e ai comportamenti quotidiani.

Ultimamente, ora che la dieta incomincia ad essere conosciuta e apprezzata anche in ambito scientifico e medico, la richiesta che maggiormente ricevo da parte di chi ha aderito entusiasticamente al metodo è la seguente: “E adesso? Adesso che abbiamo capito cosa significa incominciare a muoversi e mangiare correttamente, come e dove possiamo positivamente impiegare tutte le energie che abbiamo recuperato?”.

Questo articolo vuole essere un tentativo di risposta per tutti coloro che, anche sottovoce, l’hanno pensato.

Può un individuo dirsi davvero “GIFT” se, dopo aver mangiato cibi sani con gusto e aver fatto del movimento con piacere, sente il bisogno di fumare un pacchetto di sigarette al giorno, di imbottirsi di farmaci inutili o di vuotare la propria spazzatura in mezzo alla strada?

Io credo di no. E credo forse che molte persone, non avendo le idee chiare su alcune scelte controverse, abbiano il desiderio di sapere quale sia il punto di vista GIFT sulla questione.

In altre parole: chi era convinto – per esempio – che “in fondo una bustina di zucchero nel caffé non può fare male” o che “le noci e le uova contengono grassi e quindi fanno ingrassare”, e ha scoperto invece che poteva dimagrire in piena salute se solo imparava ad evitare quella bustina, mangiandosi le sue noci e le sue uova senza farsi problemi, ci dà oggi credito anche su altri temi, non necessariamente legati al cibo ma magari ai farmaci, all’inquinamento e ai trasporti, alle mense scolastiche dei propri figli, fino alla spesa al supermercato.

Proviamo dunque a fare un passo oltre, su terreni minati.

Oggi dietaGIFT può contare su un centinaio di “Punti GIFT” (medici, biologi, psicologi, dietisti, naturopati) e su più di 200 farmacie, che, seppure in modo diversificato, hanno approfondito le loro conoscenze sulla dieta di segnale e la propongono ai loro pazienti e clienti quotidianamente.

Questi professionisti, e i loro assistiti, incominciano a rappresentare una piccola massa critica, che può essere in grado di esercitare pressione su politici, amministratori, commercianti, per spingerli a seguire con più attenzione le nostre esigenze.

Che, giova ricordarlo, non sono esigenze campate in aria, ma regole importanti alle quali attenersi, che hanno spesso il consenso dei maggiori scienziati internazionali, che sono però poi disattese a livello di pubblica amministrazione.

Facciamo qualche esempio.

Medici, farmaci e movimento fisico

Vi sono decine di lavori scientifici che documentano con una chiarezza indiscutibile come il movimento fisico (non parliamo di correre le maratone, ma di 30 minuti di palestra casalinga quotidiani) sia in molti casi pienamente sostitutivo di alcuni farmaci per l’ipertensione o il diabete (si veda per esempio il lavoro di Knowler su NEJM del 2002). E l’abbinamento tra movimento e dieta ha una tale potenza nella prevenzione delle patologie cardiovascolari da poter essere considerato in assoluto il farmaco più potente tra quelli in circolazione.

Ci chiediamo allora: è così difficile trovare 100 medici che si espongano pubblicamente con il loro nome e che si impegnino – che so, per il prossimo mese – a non prescrivere mai un farmaco in prima visita ad un paziente, qualora questi non abbia prima almeno provato a mettere in atto i consigli dietologici e di stile di vita che il medico stesso gli ha indicato?

Noi, che facciamo questo per consuetudine, possiamo contare sulla gratitudine di molti pazienti, che non devono più, oggi, sopportare gli effetti collaterali dei farmaci che sono stati loro, magari superficialmente, prescritti. Vogliamo costituire un primo gruppo? E i pazienti non vorranno essi stessi servirsi di un medico che si impegni a tale consuetudine? L’onda può diventare marea.

Certo, diranno molti, è più comodo prendere un antidiabetico e non rinunciare alla bibita o al caffé zuccherato, o alla crostata del bar sotto casa. Ma è davvero la stessa cosa? Dopo quanto tempo si diventa poi dipendenti dall’insulina? E quello che ci aspetta dopo? Le retinopatie, le desensibilizzazioni nervose, l’impotenza, le amputazioni. Davvero tutto così facile?

Certo sembra più semplice prendere un betabloccante contro la pressione alta, piuttosto che iscriversi in palestra e rinunciare al prosciutto crudo o alla pizza. Quando poi però ci si alza al mattino storditi, e alla sera non si ha più voglia di far l’amore con la propria compagna, forse ci si accorge che qualcosa non funziona più. E magari è tardi per tornare indietro.

È davvero più comodo appoggiarsi sulla pastiglia invece che cercare di guarire con i propri mezzi? Incominciamo a dire che per essere davvero GIFT è necessario avere un atteggiamento prudente verso qualunque farmaco, soprattutto quando il farmaco ha effetti collaterali potenzialmente gravi, o quando la sua modalità d’azione è specificamente soppressiva.

Ben vengano i farmaci utili quando servono. Un bravo medico GIFT sarà sempre in grado di sceglierli con attenzione.

Farine integrali o farine raffinate

Da decenni tutti gli articoli scientifici sull’argomento convengono sul fatto che le farine integrali sono infinitamente più sane delle corrispondenti farine raffinate. Non è qui sede per entrare nel dettaglio: l’utilità della fibra nel prevenire diverticolosi e cancro del colon è fuori discussione, così come il maggior contenuto nelle farine integrali di vitamine del gruppo B, minerali, antiossidanti, preziosi acidi grassi polinsaturi (vedi la posizione ufficiale della American Dietetic Association).

Anche gli allevatori di cani sanno che gli animali hanno il pelo lucido solo se mangiano cibi integrali! Ma nelle nostre città, nei nostri ristoranti, nelle nostre mense, nei nostri panifici, nei nostri supermercati, vengono continuamente proposti solo pane, pasta, riso raffinati, perdendo così la totalità dei benefici di cui potremmo disporre.

Un gruppo di ristoranti in Lombardia e in Veneto ha incominciato a proporre solo primi piatti con farine integrali, incrementando il proprio fatturato del 20% circa nel solo 2010, in piena crisi del settore.

Eppure se andiamo da un qualsiasi panettiere ci vediamo offrire 30 pani diversi (biova, michetta, treccia, ferrarese, francesino) tutti di farina raffinata, e se chiediamo integrale ci viene proposta una schifezza fatta di farina bianca con qualche puntino di crusca aggiunta.

E il prezioso germe, scrigno della salute, chi se l’è mangiato? E perché invece non proporre 5-6 pani diversi, tutti integrali? Ci sarà qualche panettiere paziente di un punto GIFT che ha voglia di sperimentare? E se questi panettieri fossero 100? E se i ristoranti fossero 100? Aspettiamo adesioni. Con nome e cognome. Poi andiamo a controllare.

Facciamo un ulteriore passo avanti. Perché nelle mense scolastiche di ogni ordine e grado, pane pasta e riso devono essere raffinati? Non è lo stato, attraverso i suoi esperti, l’INRAN o chi per lui, che indica le linee guida delle mense pubbliche? Perché mio figlio deve vedersi proporre pasta bianca, dal valore nutrizionale irrisorio, nella mensa della sua scuola pubblica? Perché chi è ricoverato in ospedale deve essere costretto a mangiare pasta bianca accompagnata da un formaggino industriale con i polifosfati, quando avrebbe diritto e necessità ad essere correttamente nutrito?

O qualcuno pensa ancora come cent’anni fa, che “mangiare in bianco” faccia bene a priori? E allora io chiedo che 100 presidi di scuole pubbliche o 100 responsabili di mense scolastiche o ospedaliere o anche aziendali, si impegnino per iscritto, con il loro nome, a modificare o far modificare al fornitore dei pasti il menu della mensa, togliendo di mezzo i cibi spazzatura come la pasta e il pane raffinati, lo zucchero bianco, i cibi ricchi di conservanti e coloranti.

Almeno dove con semplicità ciò possa essere evitato. E se qualcuno continua a cercare di propinarci pasta bianca e pane raffinato, almeno, nel restituirgli il prodotto, chiediamogli: “perché?”.

Obesità infantile e distributori

I cibi integrali non sono il solo punto critico nell’insorgere drammatico di obesità infantile negli ultimi anni (segnalo a puro titolo di curiosità che l’obesità in terza elementare è cresciuta, tra i dati dello studio “Passi” del 2000 e i dati dello studio “Okkio alla salute” del 2008, di ben tre volte).

Un dato incredibile che avrebbe richiesto l’immediata dimissione di tutti coloro che si sono occupati a livello nazionale di politiche di prevenzione dell’obesità negli ultimi 10 anni. Al contrario costoro sono perennemente impegnati in televisione a raccontarci i pregi della dieta mediterranea, e forse per questo non hanno tempo di aggiornarsi sugli ultimi 15 anni di lavori scientifici.

È ormai ampiamente documentato il danno prodotto dall’uso indiscriminato da parte dei nostri ragazzi di bibite zuccherate, di merendine e biscotti a base di farina bianca, grassi idrogenati e zucchero. Eppure siamo bombardati da messaggi pubblicitari che vogliono farci credere che se vogliamo bene al nostro bambino dobbiamo dargli per colazione alimenti spazzatura come quelli citati, e che una tavola di famiglia non sia allegra se manca una bella bottiglia di acqua scura zuccherata, caramello e acido ortofosforico.

Basterebbe poco. Un gesto. Per esempio vietare per legge che nelle scuole, negli ospedali, nelle stazioni e negli uffici pubblici siano venduti tali prodotti obesogeni attraverso le macchinette distributrici automatiche.

Molti altri prodotti possono essere proposti: frutta disidratata (prugne, albicocche, mele), sacchettini di noci-nocciole-mandorle, panini integrali con prosciutto o formaggio, fiocchi di cereali integrali da sgranocchiare, succhi di frutta, caffé o tè non zuccherati.

Esistono anche i distributori di spremute fresche, ma non chiediamo così tanto. Aziende illuminate stanno buttando via le vecchie macchine e i vecchi fornitori, sostituendoli con prodotti più sani, per la semplice constatazione del fatto che con alimenti sani anche la produttività degli impiegati cresce.

E se il dipendente non mangia in continuazione zucchero, sale e grassi idrogenati si ammala anche meno. Esisteranno 100 aziende in grado di impostare un semplice ma intelligente piano di rinnovamento in questa direzione? E 100 amministratori pubblici comunali che vorranno impegnarsi a introdurre tale salutare divieto? O è più comodo vedere in ospedale adulti diabetici già a 35 anni, per poterli assistere con farmaci per altri quaranta a spese del contribuente?

Trasporti e scelte ecologiche

Chi sceglie uno stile di vita GIFT sceglie anche di non danneggiare gli altri. E di non farsi prendere per il naso dalla propaganda.

Se per i nostri spostamenti, magari prevalentemente cittadini, scegliamo di usare un’auto di diverse tonnellate, rigorosamente a benzina (se no l’accelerazione 0-100 è scarsa…), distribuendo fumi e benzene per i polmoni dei nostri figli, quando da diversi anni ormai esistono alternative del tutto non inquinanti, come le auto elettriche, a idrogeno o a metano, evidentemente non siamo particolarmente interessati alla salute di chi ci sta attorno.

Personalmente è già la terza auto che cambio scegliendo il metano. Spendo un terzo di quanto spenda chi usa la versione benzina, non pago alcuna tassa cittadina tipo ecopass e ho prestazioni – per me inesperto driver – pressoché identiche. Ma soprattutto so che con il mio viaggiare non inquino in alcun modo l’aria della mia città. Che è di tutti.

Ma un’auto a metano costa più di una a benzina, e i distributori sono – per colpevole inerzia dei pubblici amministratori, evidentemente collusi con gli interessi dei petrolieri – pochi e mal disposti. E spesso con orari da negozio. Il che significa scoraggiare chi voglia contribuire, anche con un piccolo sacrificio personale, a mantenere pulita l’aria della propria città.

È possibile trovare 100 amministratori che si impegnino a fare installare dieci nuovi impianti di distribuzione a metano, o dieci impianti per il “pieno” elettrico? Magari rendendo obbligatoria, in ogni nuovo impianto, la presenza di tutte le fonti disponibili? O ancora più semplice: riusciamo a trovare 100 persone disponibili ad impegnarsi ad acquistare una nuova auto (quando lo dovranno o vorranno fare) solo se del tutto non inquinante?

Con le nostre scelte siamo in grado di muovere le montagne. E quando chiedendo al concessionario se esiste la versione a metano, a idrogeno o elettrica di quel modello, ci sentiremo dire no, volteremo le spalle e cercheremo un altro concessionario, un’altra marca.

Abbiamo parlato troppo. È ora di agire. Con la forza della non violenza. Con la forza di teste capaci di ragionare e di scegliere. Facciamo girare questo articolo.

Quali e quanti altri campi di applicazione abbiamo lasciato fuori? Sono certo moltissimi. E ciascuno di noi potrà integrare questo articolo con commenti e proposte, che magari, insieme, riprenderemo.

Io intanto metto il mio nome e la mia firma sugli impegni che ho qui descritto e proposto. Come medico mi impegno a non prescrivere farmaci in prima battuta, ove non ve ne sia la stretta necessità, se prima non ho provato a richiedere al paziente un cambiamento nello stile di vita.

Come acquirente di automezzi mi impegno a non acquistare mai più un’auto a benzina, ma solo un mezzo non inquinante (che comunque inquina con l’occupazione di spazio, con il rumore…). Mi impegno a non consumare bibite gassate zuccherate e a divulgare a quante più persone possibili i danni che da quest’abitudine derivano. Mi impegno ad indirizzare aziende che vogliano ristrutturare le loro mense e i loro distributori in senso GIFT, e ad aiutare qualunque pubblico amministratore che sia disponiblie a migliorare l’offerta alimentare per i propri cittadini. E voglio scavare nella mia vita almeno un piccolo spazio per me, la mia serenità, il mio relax. Voglio farlo come medico e come cittadino.

Come disse Lao-tzu: anche un cammino da 1000 km inizia sempre con un solo passo. Facciamolo. Insieme.