Di Luca Speciani e Matilde Papa

La risposta insulinica all’assunzione di zuccheri è sempre maggiore quando gli zuccheri sono assunti per bocca piuttosto che per via endovenosa.

Questo è spiegato dal fatto che vi è interazione tra gli zuccheri stessi e alcune molecole regolatrici presenti nell’intestino, che può essere importante conoscere meglio. Il GLP-1 (glucagon-like peptide 1, ovvero peptide simile al glucagone) è una molecola che viene secreta, in risposta all’assunzione di zuccheri, dalla parte finale dell’intestino tenue (ileo distale) e dal colon, grazie a cellule specializzate denominate cellule L.

L’azione del GLP-1 è rivolta verso tre bersagli: stomaco, ipotalamo e cellule beta del pancreas (quelle deputate alla produzione di insulina). Lo stomaco riceve un segnale di rallentamento nel suo svuotamento. L’ipotalamo riceve un segnale di sazietà. Il pancreas riceve invece un segnale di aumentata produzione di insulina sia diretto, sia indiretto attraverso un incremento delle capacità di trascrizione del gene dell’insulina stessa nel DNA del nucleo delle cellule beta.

Questo potente insieme di azioni coordinate ha lo specifico significato di gestire in modo efficiente un’abbondante assunzione zuccherina, senza che una sola stilla del prezioso nettare vada perduta (e infatti i diabetici di tipo 2 hanno ridotti livelli di GLP-1), ma per capire fino in fondo il significato di questa molecola, occorre approfondire un po’ il discorso. Vedremo che ne vale la pena.

Il GLP-1 ha due caratteristiche peculiari: un’emivita ridottissima (pochi minuti, poi è subito disattivata dall’enzima DPP IV) e una secrezione che parte solo nella parte finale dell’intestino tenue. Sarà bene ragionare sul perché di queste due peculiarità, che ne possono spiegare più compiutamente il significato.

Tutti sappiamo che gli zuccheri sono assorbiti nell’intestino tenue, per tutta la sua lunghezza. Il fatto che proprio alla fine di questo tragitto siano presenti le cellule L secretrici di GLP-1 significa che lo scopo di quelle cellule è di attivarsi in presenza di buone quantità di zuccheri anche in quella sede. Il che può verificarsi solo quando le quantità di zuccheri siano consistenti.

La breve emivita della molecola, inoltre, le permette un’azione rapida e incisiva nei confronti di uno specifico momento di abbuffata o di “superamento” della normale soglia di gestione della glicemia.

È chiaro dunque che il GLP-1 interviene specificamente nei momenti di eccesso zuccherino a livello intestinale, lavorando per proteggere l’organismo da quell’eccesso attraverso le 3 azioni summenzionate: aumento della secrezione di insulina, rallentamento dello svuotamento gastrico (“Aspetta! Ho già l’intestino pieno di nutrienti!”) e infine inducendo sazietà attraverso l’azione ipotalamica, in correlazione con gli altri attori che già conosciamo: leptina, resistina, NPY, ghrelina, adiponectina ecc. (“C’è già troppo cibo! Basta mangiare!”).

Il GLP-1 è dunque una molecola deputata alla segnalazione del “troppo”. Un troppo che, ahimé, con la squilibrata alimentazione odierna, continuiamo a mettere in contatto con i delicati meccanismi di segnale interni del nostro organismo, che presto si squilibrano provocando ingrassamento o malattia.

Un’interpretazione del tutto errata dei meccanismi del GLP-1 ha fatto scrivere a solerti nutrizioniste sulla rivista “Ok salute” dell’Aprile 2009 un articolo il cui titolo rasentava la presa in giro: “Sorpresa: un cucchiaino di zucchero aiuta a non ingrassare”. Di fronte all’epidemia di obesità in Italia legata all’eccessivo consumo di carboidrati credo che un po’ più di responsabilità (e di scientificità) andrebbe quanto meno raccomandata.

La scoperta delle funzioni del GLP-1 (che paradossalmente si chiama glucagon-like ma ha effetti opposti rispetto al glucagone, ormone pancreatico antinsulinico) ha naturalmente scatenato l’industria farmaceutica alla caccia di nuove molecole in grado di interagire con questa sostanza. Sono così stati immessi in commercio principi attivi volti sia ad imitare l’azione del GLP-1 per un tempo più prolungato (Liraglutide), sia ad inibire l’enzima che lo smonta (Exenatide).

In entrambi i casi il prolungamento dell’emivita del GLP-1 ha prodotto riduzione della glicemia e della resistenza insulinica, sebbene non abbia dato risultati tangibili nella riduzione del peso. Ma non c’è da stupirsene: qualunque forzatura farmacologica su questi delicati meccanismi può generare una risposta uguale e contraria. E nessuno di noi ha troppa voglia di sperimentare l’effetto di un “troppo zucchero” simulato. Almeno non dopo aver visto i deleteri effetti dell’uso di aspartame e di altri edulcoranti artificiali sull’appetito (gli edulcoranti generano un forte aumento del senso di fame), che – se ci riflettiamo – è davvero una bella presa in giro per gli affezionati consumatori di bibite light, di bustine da caffé a calorie zero e via delirando.

Può esistere una via naturale per mantenere alta l’azione del GLP-1, dal momento che questa molecola è – per così dire – una molecola di emergenza volta a contrastare gli eccessi di zucchero? Diciamo che per lo meno potrebbe essere importante mantenere la sua presenza sempre abbondante quando l’organismo la reputi necessaria.

Abbiamo visto che il diabete di tipo 2 abbassa i livelli di GLP-1 (in pratica, la continua assunzione di quantità esagerate di zucchero ha reso resistenti le cellule L, che non riescono più a secernere GLP-1 con efficienza). E allora una via per fare funzionare meglio il GLP-1 c’è: consumare meno zuccheri semplici, e abbinare i nostri carboidrati sempre a grassi e proteine, così da avere un rilascio gastrico lento, lasciando poi operare il GLP-1 solo nel momento in cui, per qualche inevitabile motivo, avremo esagerato senza rendercene conto. GLP-1 è uno dei tanti sistemi “tampone” del nostro meraviglioso organismo.

Proviamo a conoscerlo e a rispettarlo per sfruttarne appieno, e per molti anni, tutti i benefici.