Un tempo nei film di cow-boyera sempre ben chiara la distinzione tra i buoni e i cattivi. I primi in divisa, bianchi, pettinati, eleganti e nobili. Gli ultimi, come da copione, brutti e sporchi.

La dietologia del secolo scorso era più o meno così: i grassi sono cattivi (togliamoli!), gli zuccheri sono cattivi, troppe calorie sono cattive. Oggi lo studio dei meccanismi di segnale molecolari in grado di indurre dimagrimento (o ingrassamento), così come studiato da DietaGIFT, ci consente di dire che molte certezze sono svanite.

Una molecola biologica, si chiami essa glucosio, colesterolo, insulina, glucagone o amilina non fa più parte necessariamente di uno o dell’altro schieramento, ma può generare danni o benefici a seconda del contesto in cui viene utilizzata. L’amilina è un’interessante molecola peptidica prodotta dal pancreas che ben si presta a fare da esempio.

Molti di noi sanno che l’insulina (il più potente, se non l’unico, ormone ipoglicemizzante) è prodotta dalle cellule beta del pancreas endocrino, all’interno delle cosiddette “isole di Langerhans”. Non altrettanti sanno invece che le medesime cellule, contemporaneamente alla secrezione di insulina, secernono anche l’amilina, un’enterochina di importanza sicuramente minore, di cui però può essere importante conoscere l’azione.

La produzione di Amilina è simultanea a quella dell’insulina ed avviene – come nel caso della sua “compagna di giochi” – in risposta all’assunzione di cibo ed alla presenza di alte concentrazioni di nutrienti (zuccheri in particolare) nel sangue.

Questo ormone è in grado di agire con diversi meccanismi:

  • Rallenta lo svuotamento gastro-duodenale
  • Manda all’ipotalamo segnali di sazietà attraverso specifici recettori
  • Sopprime la secrezione di glucagone, impedendo l’immissione di nuovo glucosio nel sangue

Se ci fermiamo un momento a riflettere sul significato di queste funzioni, risuta charo come l’amilina, pur con funzioni molto diverse, rappresenti lo scudiero ideale dell’insulina.

All’insulina infatti è deputato il compito di “svuotare” di nutrienti il sangue, indirizzandoli poi al fegato, ai muscoli o ai tessuti adiposi a seconda della situazione metabolica in cui l’organismo si trova. All’amilina invece resta il prezioso compito di supporto di “difendere” l’azione dell’insulina sopprimendo la secrezione el glucagone.

Ricordiamoci infatti che il glucagone (ormone antinsulinico) lavora proprio nella direzione opposta: mobilizzando grassi e proteine dai depositi (funzione alquanto gradita a chi voglia dimagrire), per immetterli nel torrente circolatorio affinché possano essere consumati dai vari organi.

Intanto che svolge questa azione difensiva, l’amilina provvede anche a segnalare all’ipotalamo che abbiamo mangiato parecchio (visto che c’è molta insulina n giro), procurando un segnale di sazietà che va ad integrarsi ad altri già attivi in positivo (CCK) o in negativo (NPY, ghrelina), e rallentando la progressione del cibo dallo stomaco all’intestino tenue per evitare un ingorgo.

Come sempre, un complesso di funzioni che non si giustificano da sole ma che assumono significato quando viste nel loro insieme.

Nel dabete di tipo 2 le alterazioni che riguardano la capacità di produrre insulina si estendono anche all’amilina. L’iperglicemia del diabetico è qundi provocata non solo dal mancato effetto ipoglicemizzante dell’insulina stessa, ma anche dalla mancata azione di controllo sul glucagone dovuta alla non secrezione di amilina.
Alterazioni nella struttura dell’amilina (che è un peptide di 37 aminoacidi) possono contribuire, in situazioni di alto livello infiammatorio come quelle che si verificano quando si è in forte sovrappeso, alla formazione delle cosiddette “placche di amiloide” insolubili che – danneggiando la cellula dall’interno – possono generare patologie gravi come il morbo di Alzheimer o l’amiloidosi.

Che cosa ci dice la conoscenza di questi fatti che già non conoscessimo prima, o che possa essere utile nella nostra pratica dietologica quotidiana? Al di là della consapevolezza relativa al fatto che il disegno dell’interazione tra molecole segnale si faogni giorno più completo e complesso, credo che l’importanza dell’amilina risieda nella sua azione di stretto controllo inibitorio sul glucagone.

Avere compreso il meccanismo preciso con cui questo avviene, significa mettre la parola fine all’oziosa discussione sul fatto, ahimé sostenuto da intere generazioni di seguaci della dieta zona, che sia sufficiente un’assunzione proteica perché il pancreas metta in circolo glucagone.

È chiaro ed evidente, una volta compreso il ruolo dell’amilina, che in presenza di un rialzo glicemico (o protidico o lipidico) nel sangue – a cui ovviamente consegue secrezione di insulina – l’azione inibitoria dell’amilina stessa impedisca al glucagone di esercitare la sua azione.

L’aggiunta di proteine ad un pasto, checché ne pensino alcuni, aumenta la secrezione di insulina. Che è lo “spazzino” di tutti i nutrienti e non solo degli zuccheri! L’insulina infatti cresce meno solo se le proteine vengono sostituite a una quota di carboidrati. Se si aggiungono, giocoforza sarà secreta più insulina, e con essa l’amilina ammazza-glucagone. Se si vuole lasciar lavorare il glucagone occorre aspettare con pazienza che i livelli di insulina, e quindi di amilina, calino. Ovvero occorre evitare di fare continuamente spuntini, come invece suggerito continuamente su ogni pagina di ogni rivista femminile, senza uno straccio di motivazione scientifica. Ecco un utile contributo di chiarimento che fornisce nuova luce al ragionamento.

Negli USA (e poteva mancare?) hanno incominciato a studiare la possibilità di nuovi farmaci basati sull’amilina, per sfruttare l’effetto sazietà che induce.

Come ovvio (ma non potvano arrivarci prima di buttare denari?) ua moleola che sopprime l’azione del glucagone non può in alcun modo risultare utile a chi voglia dimagrire. Gli effetti collaterali prodotti sarebbero ben più ingrassanti. Ma tant’è… se il guru di una delle diete più famose al mondo ha preso lucciole per lanterne sull’argomento, concediamo anche a un umile farmacologo lo stesso diritto.

Come sempre, la possibilità di interagire dall’interno con le fonti di squilibrio ipotalamico con il cambio el nostro stile di vita, riducendo il consumo di zuccheri e incrementando il nostro movimento fisico (teoricamene gratis e alla portata di tutti) trova ancora pochi consensi.

A noi l’importante compito di sensibilizzare e spiegare. Buoni e cattivi, indiani ecow-boys, non esistono più: esistono segnali metabolici utili o dannosi in specifiche situazioni che il medico competente deve imparare a conoscere e riconoscere. La comprensione del meccanismo d’azione dell’amilina, talora utile talora dannosa, è un altro piccolo passo in questa direzione.