Caro dott. Speciani,
pratico triathlon da poco, ma con molta passione. Per prepararmi adeguatamente alle gare effettuo talvolta sedute molto prolungate o alterno nello stesso giorno diversi sport. Anche per questo, lavorando, il tempo per mangiare è sempre molto limitato e non sempre riesco a coprire per intero il mio fabbisogno. Recentemente il mio medico di base, per cercare di capire a cosa fosse dovuta la mia ricorrente stanchezza, ha rilevato il valore del mio TSH un po’ più alto del range indicato, sebbene gli ormoni tiroidei fT3 e fT4 fossero a norma. Ora il medico vorrebbe farmi assumere della levotiroxina attraverso la terapia sostitutiva ormonale, ma vorrei avere un suo parere sulla questione.
Grazie,
Marco

Risposta del dott. Luca Speciani

Un frustino intelligente

Il primo segno di una tiroide lenta è un leggero innalzamento del TSH (thyroid stimulating hormone), l’ormone ipofisario che ha lo scopo di stimolare la tiroide a lavorare un po’ di più. Il TSH rappresenta in un certo senso il “frustino” del cocchiere che deve far trottare il “cavallo” tiroide. È un esempio di regolazione dall’alto. La stufa è un pochino difettosa, tira poco, ha legna umida, e l’ipofisi ci mette una pezza, aumentando un po’ il tiraggio. È una regolazione semiautomatica, che in un certo senso prescinde da bisogni di livello più elevato. Semplicemente la tiroide stenta un po’ e l’ipofisi la frusta un pochino per mantenere giusto il suo rendimento. Il fatto che i valori di fT3 e fT4 si mantengano nel range di normalità significa che non vi è nulla di grave e che il problema va inquadrato nei termini di un lieve ipotiroidismo subclinico, dove per subclinico si intende con assenza di qualunque sintomo.
Questo è un punto fondamentale da capire: un rallentamento subclinico non rappresenta una patologia, ma solo il segno (non necessariamente determinante) di una possibile futura patologia, come nelle predisposizioni ereditarie. La tiroide però, oltre a rispondere all’ereditarietà, è particolarmente sensibile agli sbalzi alimentari e metabolici, avendo un ruolo di primo piano proprio in questo tipo di regolazione.
Trattare un paziente con TSH più elevato della norma con terapia sostitutiva ormonale, in assenza di sintomi o di alterazione del T3, è dunque concettualmente errato.
Trattando si induce ipertiroidismo iatrogeno, con insonnia, tachicardia, deperimento, agitazione. E allora qualcuno mi spiega perché un’intera generazione di endocrinologi (ma anche di medici di medicina generale) tratta con estrema aggressività qualunque paziente che presenti valori di TSH appena fuori range?
Trattare pazienti subclinici è un grande affare per chi produce e vende farmaci, ma un pessimo affare per chi, sano, venga senza motivo catalogato tra i malati, subendo trattamenti inutili e patendo le conseguenze iatrogene della forzatura subita.

Ricercare le cause: la carenza calorica

Se cerchiamo di capire quali possano essere le cause principali che possono indurre l’ipotalamo a rallentare dall’interno la tiroide, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. La velocità del nostro automezzo deve per forza essere commisurata alle quotidiane difficoltà del vivere. Ogni segnale di emergenza, di pericolo, di inquietudine, di incertezza verso il futuro, può e deve influenzare il ritmo tiroideo. Se siamo qui oggi è perché i nostri antenati preistorici, una volta feriti, in carestia, umiliati in coda alle gerarchie della tribù, avvelenati da cibi tossici, stancati da estenuanti cacce, stressati da lutti e dolori, sono stati capaci di ridurre i loro consumi al lumicino producendo meno ormoni tiroidei e preservando le loro risorse per momenti migliori, una volta guariti, ben nutriti e fortificati. Se lo sciamano avesse avuto a disposizione la terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina sarebbero tutti morti al perdurare della carestia o del disagio, e noi non saremmo mai nati.
Possiamo dunque dire che esistono cause naturali di rallentamento tiroideo, sia di tipo fisico che psichico, la cui caratteristica comune è quella di mettere a rischio il futuro dell’organismo.
Il problema fisico che più di tutti è in grado di generare rapidamente ipotiroidismo è senza dubbio la carenza di cibo. Carenza che può essere diretta (anoressia, diete ipocaloriche) o anche indiretta (anziani, malassorbimenti, dissenteria cronica, malattie infiammatorie intestinali, celiachia, chirurgia bariatrica, amfetamine, vomito autoindotto, lassativi). Ma anche qualunque eccesso di consumo rispetto a quanto assimilato. Se non mangio a sufficienza il corpo si difende rallentando i consumi, e la tiroide è il primo organo a rispondere in quella direzione.

Altre cause: infiammazione, eccesso sportivo

L’infiammazione in genere è la seconda causa più importante di ipotiroidismo. Se pensiamo a un uomo ferito, avvelenato, infettato da parassiti, capiamo subito che una buona linea di difesa può essere quella di risparmiare energie producendo più ATP e meno calore. Oggi simuliamo situazioni infiammatorie come quelle sopra descritte semplicemente ingozzandoci di latticini, di frumento, di sale, di cibi lievitati, di additivi/conservanti, di zucchero e farine raffinate. Non sarà mai troppo tardi per imparare a controllare l’infiammazione da cibo.
L’eccesso di movimento fisico può essere anch’esso annoverato tra le cause di ipotiroidismo. In questo caso però va compreso che il problema non è legato al movimento in sé quanto piuttosto all’eventuale alterazione del bilancio energetico dovuta alle calorie sportive consumate. Compito del terapeuta dunque è in questo caso solo quello di bilanciare l’attività svolta con l’apporto energetico alimentare.
Se le cause maggiori sono dunque quelle qui descritte (carenza calorica, shock psichici, infiammazione, eccesso di consumo), un medico di segnale ha un’occasione preziosa per poter lavorare alla rimozione di ciò che ha provocato il sintomo. Senza farmaci (al limite con integratori naturali come vitamine, minerali, antiossidanti) e senza soppressioni sintomatiche. Cercando invece di ripristinare le condizioni migliori nelle quali quest’automobile possa correre a velocità maggiori di quelle attuali, prendendo atto con maturità dell’individualità di ciascuna persona e posizionando quindi l’asticella sul livello ideale per ciascun individuo.
Ci sono organismi in grado di reggere sempre i 100 all’ora ed altri che già a 70 sono in difficoltà. Il lavoro sinergico del medico e dello psicoterapeuta può far accettare al paziente i propri limiti rendendolo consapevole delle sue effettive potenzialità. Aspettative troppo elevate possono rischiare di far saltare il banco.
È ora di incominciare a lavorare sulle patologie endocrine assecondando il prezioso lavoro di riequilibrio esercitato dal nostro organismo, invece di contrastarlo. La comprensione delle cause profonde fisiche e psichiche del malessere in atto è la via più efficace per ripristinare stabilmente la salute.