Svariate diete, anche molto diverse tra loro, suggeriscono di effettuare spuntini in mezzo ai pasti principali. Vi sono almeno due buoni motivi scientifici per non farlo: una nuova ricerca della Rockfeller University di NY e una considerazione legata all’antagonismo tra insulina e glucagone.

Spuntini sì o no?

Ha senso fare spuntini fra un pasto e l’altro? Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature (dicembre 2009) parrebbe dimostrare che troppi spuntini stimolano la pigrizia e inducono a una pericolosa sedentarietà. Per rimanere magri e sentirsi stimolati a fare esercizio fisico, come DietaGIFT sostiene da sempre, bisogna mangiare solo durante i tre pasti principali.

La chiave di questo prezioso meccanismo, probabilmente connesso alla necessità evolutivamente determinata di muoversi per cacciare se si vuole trovare del cibo, sta proprio nella leggera fame che stimola la voglia di fare moto.

Al contrario di quanto si penserebbe infatti esiste un meccanismo molecolare basato su una proteina (chiamata Foxa2) in grado di regolare l’espressione di due neuropeptidi: L’MCH (melanin-concentrating hormone) e l’orexina, che a livello ipotalamico regolano l’appetito e la voglia di muoversi. La proteina Foxa2 si attiva a digiuno e stimola la voglia di muoversi, ma si spegne dopo i pasti, resa inattiva dall’insulina. E viene “spenta” anche negli obesi o nei resistenti insulinici (prediabetici) proprio a causa del suo antagonismo con l’insulina. Gli autori dello studio hanno creato topi transgenici con la proteina Foxa2 sempre attiva e hanno visto che questi ultimi tendono a muoversi cinque volte di più dei topi normali e a bruciare più grassi, restando magri. È dunque importante che nel corso della giornata vi siano momenti di “pace insulinica” se si vuole che le molecole segnale della sazietà svolgano il loro effetto sull’ipotalamo, e che il desiderio di muoversi si impadronisca di noi.

Antagonismo tra insulina e glucagone

Un secondo motivo, forse ancora più importante, per fare solo tre pasti al giorno è legato all’incompatibilità tra insulina e glucagone. Due ormoni, secreti entrambi dal pancreas, che hanno come bersaglio il fegato e permettono il controllo dei livelli di glucosio nel sangue.

Se il livello ematico di glucosio scende sotto una soglia di 70 (mg/100ml), le cellule alfa del pancreas cominciano a secernere glucagone. Quest’ultimo si lega ai suoi recettori presenti sulle cellule epatiche, attivando la degradazione del glicogeno con conseguente rilascio di glucosio nel sangue (che può così essere consumato da muscoli e altri organi); inoltre, e questo è il punto, promuove negli adipociti la mobilizzazione dei grassi dal tessuto adiposo, che vengono così resi disponibili ai tessuti per essere bruciati. Quando la glicemia sale, come dopo un pasto, il pancreas secerne insulina che comanda al fegato di prelevare il glucosio dal sangue e di immagazzinarlo. Visto che la capacità del fegato di immagazzinare glucosio è piuttosto limitata (70-100 g), gli eventuali carboidrati in eccesso vengono convertiti in grassi e depositati nel tessuto adiposo. Ma anche supponendo che vi sia introito delle sole calorie necessarie al nostro fabbisogno (dieta normocalorica), la mobilizzazione dei grassi di deposito può avvenire solo quando, finito il lavoro dell’insulina, ci si trova in  condizioni di scarsità (bassa glicemia) e il glucagone può iniziare a lavorare.

In altre parole: se mangiamo alle 8.00, alle 10 l’insulina avrà completato il suo lavoro, e dalle 10.00 fino al pasto successivo il glucagone mi consentirà di mobilizzare un po’ di grassi dagli adipociti. Se invece alle 10.00 introduciamo uno spuntino che richiede una digestione completa, l’azione del glucagone si interrompe e riparte quella dell’insulina, che ha come effetto immediato il blocco della lipolisi, cioè della mobilizzazione dei grassi. Ovvero: addio dimagrimento.

Sorprendentemente per alcuni, ciò non avviene con l’assunzione di sola frutta e verdura fresca, che attraversano velocemente lo stomaco in virtù della loro ricchezza d’acqua (90-95%), e come acqua vengono interpretate dall’apparato digerente, senza provocare indesiderati innalzamenti dell’insulina.

Affermazioni semplicistiche

Alla luce di quanto detto, appare oggi un po’ semplicistico parlare di “proteine che stimolano il glucagone” in chi sostiene la bontà del sistema dei cinque pasti completi al giorno (vedi dieta Zona, o le regole spesso consigliate ai diabetici).

In alcuni casi lo scopo degli spuntini pare solo quello di tamponare gli attacchi di fame conseguenti alla forte ipocaloricità di certi regimi.

Oggi, nel caso del diabete, sembra molto più ragionevole modulare l’assunzione di cibo tenendo conto del carico glicemico di ogni singolo alimento, scegliendo quelli in grado di fornire un adeguato numero di calorie senza scatenare picchi glicemici (e insulinici) potenzialmente dannosi.

Se si mangia continuamente, invece, quella continua secrezione di insulina in risposta all’assunzione di cibo impedisce al glucagone di attivare la lipolisi e mobilizzare le riserve di grasso.

E ogni giorno vengono pubblicati nuovi lavori che correlano diabete di tipo 2 e obesità in modo strettissimo. Se al diabetico di tipo 2 non viene consentito di dimagrire sfruttando queste dinamiche di segnale (vedi in proposito anche il volume di prossima uscita, edito da Giunti “Iperglicemia e diabete” di A. e L. Speciani) la sua patologia ben difficilmente potrà migliorare.

Lipolisi e voglia di correre

Ancora una volta, dunque, i lavori più aggiornati confermano la validità dell’impostazione di dietaGIFT, che consente – attraverso le sue innovative dinamiche di segnale – di mantenere bassa la glicemia e di contenere i picchi insulinici, stimolando nello stesso tempo da una parte la voglia di muoversi (altro potente attivatore metabolico) e dall’altra quel sano meccanismo di smontaggio dei grassi indotto dalle naturali secrezioni di glucagone consentite dalla “calma insulinica”.

Per indurre un dimagrimento stabile, e rispettoso delle masse muscolari esistenti, con un regime alimentare pienamente normocalorico.