Di Luca Speciani

Non è più ammissibile accettare che alcune persone abbiano il diritto, protette dalla legge, di avvelenare acqua, terra, animali, persone. Per cambiare è necessario un profondo cambiamento culturale.

Un esperimento

Su un libro americano che parlava di alimentazione naturale, letto anni fa e di cui non ricordo più il nome, l’autore riportava un esperimento che spesso faceva con amici e conoscenti di passaggio e che sapeva essere consumatori di cibo non biologico. Offriva loro una bella mela del proprio giardino e poi, sotto i loro occhi, la spruzzava con un insetticida. Dopodiché la sciacquava, la asciugava con un panno e la offriva all’amico da mangiare. Inevitabilmente l’amico o l’amica si rifiutavano di addentarla e lui spiegava che non c’era alcuna differenza tra quella mela e le mele non biologiche acquistate al supermercato. Un modo chiaro, anche se forse un po’ brusco, per far prendere coscienza del fatto che il cibo non biologico è un cibo avvelenato da sostanze chimiche estranee al nostro organismo ed anzi studiate apposta per uccidere efficacemente organismi superiori come gli insetti.

Una rivoluzione culturale

Nel numero di febbraio de “L’altra medicina” abbiamo dedicato la copertina al grave problema della resistenza agli antibiotici, dovuta per la maggior parte all’abuso di antibiotici, così diffuso in Italia. Tutti conosciamo gli effetti collaterali di questi farmaci: disbiosi intestinale, ingrassamento, predisposizione ad allergie e malattie autoimmuni, riduzione della flora utile, ricadute infettive frequenti, gonfiore addominale, difficoltà digestive, tossicità epatica, risposte allergiche individuali ecc. Se pensiamo alla potenza dei veleni che vengono quotidianamente usati su frutta e verdura, sui cereali e nei terreni per uccidere insetti e altri parassiti animali, c’è da rabbrividire. In confronto gli antibiotici sono bazzecole. Eppure questo concetto ancora non è per niente chiaro, né a livello scientifico né culturale. Non vi è in alcun modo difesa a livello legislativo da chi ogni giorno spruzza nell’ambiente quintali e quintali di veleni, specificamente diffusi sui cibi di cui ci nutriamo. Lo dico da medico e da agronomo quale sono: non sarebbe ora di incominciare una rivoluzione culturale su questo argomento?

Chi avvelena ha tutti i diritti

Faccio un esempio che rivela con chiarezza quanto la legislazione sia oggi sbilanciata a favore di chi avvelena rispetto a chi è avvelenato. Chi coltiva biologicamente deve restare 5 m distante dal terreno confinante non biologico. A parte il fatto che 5 m non sono certo sufficienti ad evitare derive di fitofarmaci portati dal vento o dalle falde sotterranee, è il principio che fa inorridire: tu avveleni l’ambiente a puro scopo di lucro ed IO devo perdere 5 m di terreno? Se ci fosse una legge seria direbbe a chi avvelena di stare non solo 5 m indietro, lui, dal confine, ma anche che se per caso una sola goccia degli insetticidi che usa esce dai suoi confini sarà costretto a pagare un grave indennizzo. Perché con la salute altrui non si scherza.

Un’altra perla legislativa a vantaggio di chi avvelena riguarda l’autorizzazione a spargere veleni. I fitofarmaci sono suddivisi in classi di tossicità. Chiunque può spargere veleni senza alcuna limitazione fino alla seconda classe. Solo per la prima classe (veleni, per capirci, che gocciolati per disattenzione nel minestrone uccidono una famiglia intera: è successo anche questo…) è previsto un patentino. Che si può ottenere rapidamente con un breve corso serale.

Ecco, fatte le dovute proporzioni, com’è che per prescrivere un farmaco umano è richiesto l’intervento del medico (una figura che ha studiato medicina per almeno sei anni), mentre per spargere quintali di veleno su ettari e ettari di terreno può bastare la quinta elementare, e un patentino serale solo se i fitofarmaci sono tra i più pericolosi? Pare evidente che nessun legislatore, nessuna istituzione si sia mai azzardato a pestare i piedi agli interessi miliardari dei produttori. Lasciamo dunque che il numero di leucemie nelle zone agricole si impenni ancora, colpendo sia gli incauti agricoltori “ordinari”, che nemmeno dovranno preoccuparsi di avvelenare le adiacenze dei loro campi (tanto la legge dice agli altri di stare 5 m indietro), sia gli incolpevoli vicini? Senza dubbio si, finché avremo ministri che, non contenti di non fare nulla per cambiare la situazione a tutela dei cittadini, minacciano anche di andare a Bruxelles a battere i pugni per godere di eccezioni al divieto d’uso di farmaci recentemente ritirati in tutta Europa per la loro documentata pericolosità (come avvenuto per il Chlorpirifos).

Un agricoltore sempre più povero

Del fatturato delle aziende produttrici di fitofarmaci, a noi, in effetti, non interessa. Ma pare interessi molto ai politici che chiudono un occhio, e spesso anche due, sui danni sempre più evidenti derivanti alla popolazione dall’uso di pesticidi. Ci interessa di più, casomai, il reddito dell’agricoltore. Che, nonostante un uso massivo di fitofarmaci, concimi chimici, sementi ibride brevettate e trattori di grande potenza, guadagna sempre di meno. Perché purtroppo i fattori di produzione testé elencati aumentano il loro costo di anno in anno molto di più di quanto aumenti il valore dei prodotti finali dei campi, siano essi pomodori, mais, soja, mele o insalate. Si salvano in parte solo i trasformatori (vino, olio, marmellate, conserve, formaggi) che spuntano prezzi un po’ più alti e a cui talvolta converrebbe limitarsi alla trasformazione, acquistando da terzi la materia prima il cui prezzo sale con grande lentezza, quando addirittura non scende. Questo meccanismo perverso, per cui il produttore primario (sia esso di uva, pomodori, latte, mais) vive in concorrenza perfetta e spunta quindi sempre un prezzo molto basso, mentre fitofarmaci, concimi, sementi e trattori costano sempre di più, fa si che se anche un produttore vive una temporanea situazione di alti margini, tale situazione verrà nel giro di qualche anno erosa dall’aumento dei costi di farmaci e macchinari, consentendo all’agricoltore di sopravvivere solo grazie ad aiuti e finanziamenti statali, che tuttavia – se guardiamo il processo con occhi più disincantati – alla fine è come se andassero alle industrie che producono farmaci, concimi e macchinari. All’agricoltore restano sempre le mani bucate.

Ohio, mais e Coca

Nel suo bellissimo “Il dilemma dell’onnivoro” Michael Pollan ricostruisce ciò che è successo ai coltivatori di mais dell’Ohio che, dopo anni di buone entrate, proprio a causa del fenomeno sopra descritto, stavano tutti fallendo. Barack Obama aveva deciso di finanziare i coltivatori in crisi pagando loro un sovrapprezzo “statale” al prezzo di mercato del mais, consentendo loro di sopravvivere continuando a produrlo in perdita, facendo uso di costosi concimi, pesticidi e macchinari. Il risultato fu che la Coca-Cola company decise, con un prezzo del mais così basso, di sostituire il saccarosio della sua bibita con il famoso HFCS (high fructose corn syrup) derivato dal mais, dal prezzo ancora più basso. In tal modo il finanziamento statale, pagato da tutti gli americani, più che aiutare gli agricoltori, aveva indirettamente sovvenzionato l’industria chimico-farmaceutica, l’industria dei trattori e macchinari agricoli e i produttori di bevande dolcificate. Generando inquinamento e diabete, in attesa del prossimo crac del “sistema Ohio”. Quanto tempo ci vorrà per capire che questo sistema non è sostenibile e non consente di sfamare nessuno?

Vogliamo smetterla una buona volta di continuare a ripetere che o si continua a produrre con un’agricoltura intensiva basata su farmaci e concimi oppure moriremo di fame? La verità è l’esatto opposto. Solo con un’agricoltura sostenibile gli agricoltori potranno continuare a fare gli agricoltori. Con il modello attuale le materie prime grezze arriveranno sempre di più da paesi extraeuropei dove, insieme al costo ridotto (di cui però si avvantaggia l’azienda di trasformazione, non il cittadino) ci dovremo sorbire anche veleni e concimi magari vietati da anni nella UE.

Apprendisti stregoni

Qualche decennio fa il partito Radicale aveva proposto un referendum per l’abolizione dell’uso dei pesticidi in agricoltura. Non raggiunse neppure il quorum, nonostante la quasi totalità dei voti espressi ne chiedesse il divieto. Oggi si stanno moltiplicando iniziative diverse che vanno dal divieto d’uso di alcuni pesticidi in alcuni virtuosi comuni, fino a richieste di modifiche legislative con raccolte di firme per limitare la libertà di avvelenare i propri vicini, di cui taluni ritengono di disporre. I tempi sono maturi per un cambio di rotta importante. Eppure ci sono sempre quegli “utili idioti” (così chiamava Lenin quei borghesi che appoggiavano il bolscevismo) che appena si parla di biologico dicono: “non ci fidiamo… il biologico vero non esiste… l’aria è comunque inquinata… e poi ci sono le truffe…”. Costoro non capiscono che con il loro disinformato qualunquismo portano acqua al mulino di chi vuole che stiamo zitti mentre ci avvelenano. È un po’ come dire che poiché l’aria è inquinata, tanto vale fumare venti sigari al giorno. Per quale motivo, se qualche produttore biologico non rispetta al 100% le regole (peraltro molto rigide, in Italia, rispetto ad altri paesi), dovremmo scegliere di mangiare cibo trattato con veleni potenti? E perché dovremmo continuare ad accettare passivamente che in alcune zone del nostro paese nel periodo dei trattamenti sia impossibile camminare per le strade di campagna se non si vuole tornare a casa intossicati? A quando una dura legge che obblighi chi fa trattamenti con veleni di ogni genere e tipo a proteggere chi gli sta vicino (e magari se stesso: i cancri da pesticidi tra operatori agricoli sono frequentissimi) con pareti impenetrabili? Se per fare rendere terreni resi esausti da anni di coltivazioni intensive e non far ammalare piante fragili, tutte identiche e spinte a rese elevatissime, si devono usare fitofarmaci come se piovesse, che sia almeno una scelta del produttore (che vuole rendersi dipendente da chi gli fornisce i fattori di produzione alzando di anno in anno i prezzi a proprio piacimento) e dell’incauto acquirente. Chi desidera stare fuori da questo sistema corrotto che non genera altro che povertà e malattia con prodotti della terra privi di gusto e di valore nutritivo, gonfi d’acqua e ricoperti di veleni, deve poterlo fare senza dover subire l’avvelenamento quotidiano da parte di chi crede di poter giocare ancora a lungo e impunemente all’apprendista stregone.

Primo: non avvelenare

Se un’azienda chimica produce degli scarti non può versarli in mare o nei fiumi generando morìe di pesci. Deve prevedere sistemi di depurazione e smaltimento che impediscano l’ingresso di quei veleni nell’ambiente. È così strano pretendere lo stesso da chi inquini con i suoi concimi e i suoi pesticidi? Chi pensa che produrre alimenti con l’aiuto di potenti veleni sia più economico deve essere messo davanti ad obblighi rigidi sia di formazione (un agronomo che prescriva i prodotti, per usi vincolati, limitati, gravi) sia di protezione dell’ambiente e delle persone, con sanzioni pesantissime per chi procuri anche un minimo danno a terzi causato da quelle sostanze. Siamo davvero certi che, con questi (sacrosanti) costi, adeguatamente computati, tale agricoltura sia ancora conveniente e sostenibile? Io credo di no.

Il futuro è di un’agricoltura che produca alimenti di qualità, ricchi di sostanze nutritive naturali e privi di residui tossici velenosi. Tra trent’anni, in questo paese (e credo in tutta Europa) vi sarà spazio solo per le coltivazioni biologiche: le uniche sostenibili sul lungo periodo. E allora forza: acceleriamo questo processo con leggi adeguate, tuteliamo noi e i nostri figli da questo subdolo e continuo avvelenamento e gridiamo forte il nostro sdegno quando qualcuno sottovaluterà la portata del problema. La terra e i cibi che produce sono il fondamento della nostra vita: non permettiamo a nessuno, per motivi puramente economici, di mettere a repentaglio la nostra salute.


Articolo tratto dal numero 93 de L’altra medicina.